Massimo Stanzione.
Visita la "galleria virtuale" delle sue opere Massimo
Stanzione deve essere annoverato senz'altro fra gli illustri Frattesi.
Nel Museo Nazionale di Napoli alle opere dell'insigne artista è stato
apposto un cartellino col suo nome e al posto del luogo di nascita è
scritto << Frattamaggiore>>. Al tempo in cui visse il famoso Pittore,
nel nostro Paese gli Stanzione erano numerosi e solo in epoca recente
che tale cognome è scomparso da Fratta, ma si trova ancora nei dintorni.
Gli Stanzione hanno dovuto occupare anche un rango non secondario nella
nostra popolazione, giacché sino ad alcuni anni orsono, potevasi
rilevare da un apposito registro parrocchiale l'esistenza di un cospicuo
legato creato da un munifico e pio cittadino di tale famiglia. Siamo
fieri, di annoverare Massimo Stanzione fra i nostri Uomini eminenti;
accanto a Francesco Durante ed a Giulio Gensino egli sta a dimostrare
come il senso dell'arte sia vivo e spiccato nella nostra gente, tanto da
raggiungere non di rado le vette altissime della perfezione. E' il
principale esponente di quella tendenza naturalistica della pittura
secentesca napoletana che,pur procedendo dal Caravaggio, sfociò in esiti
dichiaratamente classicistici. Poco o nulla si conosce della sua
attività giovanile: è attestato che ricevette commissioni a partire dal
1615,e già nel '17 doveva essere pittore affermato se G.B. Basile gli
dedicò una lunga ode. Proprio in quell' anno compì un viaggio a Roma
(dove è documentato nell'ambito di Santa Maria della Scala),intessendo
rapporti con i caravaggeschi nordici,ma soprattutto con G. Lanfranco e
S.Vouet, rapporti che daranno più tardi i loro frutti. Del 1618 è la
Presentazione al Tempio nella chiesa della Santissima Annunziata di
Giugliano (Napoli),dove ancora è presente la sua formazione
manieristica, avvenuta con tutta probabilità nella bottega di F.
Santafede. Osservando la sua <Pietà>, erroneamente attribuita sino a
qualche anno fa al Ribera: impressionante è il Gesù morto; nelle sue
labbra semiaperte è tutta l'angoscia dell'ora suprema, e tutto nella sua
persona rivela la sofferenza inenarrabili del martirio. L'Artista non ha
dimenticato di conferire al suo personaggio la maestà di un Dio, che
anche in quell' abbandono non può mancare. La composizione acquista un
fascino particolare per la sapiente distribuzione e fusione dei
colori, la qual cosa faceva appunto ritenere che il quadro fosse del
Ribera. Da Annibale Carracci acquistò il senso della composizione,
che in lui si rivela particolarmente robusto, dal Battistello gli derivò
la tenebrosità Caravaggesca, e dal Ribera, infine, la scienza, di dar
corposità al colore, la difficoltà certamente più difficile per molti
Pittori. Il suo capolavoro è senza dubbio la < Deposizione>, conservata
nel Museo di S. Martino, opera veramente tragica in ogni suo
particolare, sia nell'atteggiamento della Madonna, sia nell'abbattimento
delle pie donne prostrate , abbattute al suolo, sia nella figura di
Cristo disteso a Terra. Il definitivo sganciamento di Stanzione dal
caravaggismo più stretto e l'adozione,da parte sua,della linea
classicizzante (senza peraltro che risulti tradito l' impianto,sempre
rigoroso)sono già evidenti nella famosa Pietà del 38 eseguita per i
monaci della certosa di San Martino,ma si affermano nelle tele per la
cappella di San Giovanni Battista sempre nella certosa,e nei tre teloni
con Storie della Vergine eseguiti nel 1640-43 e 47 per la volta della
chiesa di Santa Maria Regina Coeli. Nella Annunciazione della chiesa di
Marcianise presso Caserta(1655)sono avvertibili chiare tracce del grande
movimento barocco che venne a interrompere definitivamente il corso del
naturalismo napoletano. Napoli è ricca di moltissimi lavori di tanto
Maestro; raggruppati nel Museo Nazionale e in quello Filangieri, nella
Certosa di S. Martino a Pozzuoli. Lo Stanzione visse, in giovinezza,
quasi sempre a Napoli; la peste del 1656 lo ebbe fra le sue vittime più
compiante. Era nato nel 1585.
Fra Michelangelo Vitale di S. Francesco (1740-1800)
Nacque a Frattamaggiore da
Domenico Vitale e Cecilia Marchese, il 25 maggio 1740. Fu Laico Professo
dei Frati Minori Scalzi di S. Pietro d'Alcantara; trascorse la sua vita
tra le preghiere, la penitenza e la beneficenza. Soprattutto si prodigò
moltissimo a lenire le sofferenze degli infermi, particolarmente delle
partorienti. Maria Carolina D'Austria, mogle di Ferdinando IV, lo ebbe
carissimo; quando questa regina era afflitta da un'infermità dai medici
ritenuta idropisia; egli le predisse che non si trattava di altro che
una gravidanza e che il figliuolo, il quale stava per venire alla luce,
sarebbe morto molto presto; le precisò in seguito che avrebbe avuto
soltanto un'altro bambino. I casi di parti felicemente conclusisi per la
sua intercessione presso il Signore sono innumerevoli, tanto che ancora
in vita Fra Michelangelo fu circondato dalla fama di santità. Morì il 10
luglio 1800 a Napoli, nel convento di S. Lucia del Monte, nella cui
Chiesa sono tutt'ora conservati i suoi resti.
Fra Michelangelo Vitale di S. Francesco (1740-1800)
Nacque a Frattamaggiore da Domenico Vitale e Cecilia Marchese, il 25
maggio 1740. Fu Laico Professo dei Frati Minori Scalzi di S. Pietro d'Alcantara;
trascorse la sua vita tra le preghiere, la penitenza e la beneficenza.
Soprattutto si prodigò moltissimo a lenire le sofferenze degli infermi,
particolarmente delle partorienti. Maria Carolina D'Austria, mogle di
Ferdinando IV, lo ebbe carissimo; quando questa regina era afflitta da
un'infermità dai medici ritenuta idropisia; egli le predisse che non si
trattava di altro che una gravidanza e che il figliuolo, il quale stava
per venire alla luce, sarebbe morto molto presto; le precisò in seguito
che avrebbe avuto soltanto un'altro bambino. I casi di parti felicemente
conclusisi per la sua intercessione presso il Signore sono innumerevoli,
tanto che ancora in vita Fra Michelangelo fu circondato dalla fama di
santità. Morì il 10 luglio 1800 a Napoli, nel convento di S. Lucia del
Monte, nella cui Chiesa sono tutt'ora conservati i suoi resti.
Giulio Genoino Poeta, nato a
Frattamaggiore il 13 maggio 1773. La fama del poeta Abate Giulio
Genoino supera i ristretti limiti regionali per campeggiare in quelli
più vasti dell'Italia e dell'Europa; le sue opere furono ristampate da
diversi editori nostri e tradotti in diverse lingue. Egli fù
un'educatore di vasta dottrina, ma anche uomo arguto e faceto. Fù scopo
precipuo della sua esistenza quello di istruire divertendo: quindi non
libri pesanti di erudizione, i suoi, non volumi densi di pensieri
profondi e degni di passare soltanto per mani di dotti, bensì opere
snelle ed eleganti, di facile lettura, ricche, qua e là, di spiritose
osservazioni. Il contenuto morale non manca: esso è diluito tra le
pagine, nascosto fra le righe, velato dal dialogo dei personaggi, per
poi balzare pienamente in luce nell'epilogo ed inserirsi con forza
preponderante nell'animo del lettore.
Bartolomeo Capasso
Nacque a
Napoli il 22 febbraio 1815 da Francesco e da Marianna Patricelli.
Rimasto orfano di padre in tenera età, entrò nel seminario di Napoli dal
quale passò a quello di Sorrento quando la madre vi si trasferì dopo
essersi risposata. Terminati gli studi tra i 16 e i 17 anni, compì un
lungo viaggio in Italia e rientrò quindi a Sorrento ove iniziò a
dedicarsi con impegno alla ricerca erudita. La formazione culturale del
giovane C. appare, dunque, avvenire senza la guida di un maestro, e
dovette realizzarsi sia in un approfondimento dell'erudizione classica
ricevuta in seminario sia in un sempre crescente interesse verso la
tradizione culturale napoletana e in particolare verso quella
storiografica. I suoi studi e le sue ricerche sembrano sin da questi
anni incentrarsi sulla storia - specialmente medievale - del Regno.
Tali suoi interessi lo portarono naturalmente a contatto con il gruppo
che faceva capo a Carlo Troya e a partecipare alla nascita della Società
storica che il medesimo Troya fondò nel 1844 a Napoli, dove il C. si era
trasferito da qualche anno. La
collaborazione alla Società (durata fino al 1848) non ampliò, comunque,
la sfera di interessi del C. che nel 1846 pubblicava a Napoli la
Topografia storico-archeologica della penisola sorrentina, e raccolta di
antiche iscrizioni edite ed inedite appartenenti alla medesima.
Le terre
napoletane, le vicende di quella monarchia continuarono ad essere
l'unico oggetto della sua ricerca, così che il suo impegno nella
ricostruzione della storia nazionale appare concentrarsi ed esaurirsi in
quella della nazione napoletana. Tale suo atteggiamento culturale
corrisponde, d'altro canto, alla sua posizione politica. Il C. appare
poco partecipe delle idee liberali e nazionali diffuse nei ceti
intellettuali napoletani; e se la frequentazione dei circoli liberali
della capitale lo portarono a dedicare un qualche interesse agli
avvenimenti contemporanei, certamente non sposò le aspirazioni di quelli
e non ne condivise le motivazioni ideali e l'impegno nella lotta. Tanto
che alla caduta del regime costituzionale nel Regno si affrettò a
distruggere gli scritti liberali che era andato raccogliendo, temendo di
restare coinvolto nella repressione autoritaria.
Gli studi di storia giuridica
compiuti dal C, per i periodi normanno e svevo del Regno sono di grande
interesse non solo per quanto attestano della sua opera di editore di
fonti - opera certamente ora più raffinata che in passato, -ma anche per
quello che hanno rappresentato nell'ambito della storiografia sul Regno.
Sotto quest'ultimo profilo si deve ricordare, infatti, che il C. in
tutti i suoi lavori esalta la n modernità n sia delle leggi, sia
dell'organizzazione statuale normanna e sveva; nel senso cioè che le
somiglianze riscontrate tra le prime e la legislazione imperiale romana
e le istituzioni caratterizzanti la seconda e volte al consolidamento
dello Stato unitario, stanno per il C. a dimostrare che il Regno nei
secc. XII e XIII impedì ai feudi di svolgere un ruolo disgregatore,
mediante una decisa limitazione dei loro privilegi, percorrendo strade
che le altre monarchie europee seguiranno solo nella età moderna. Il C.
certamente ereditava tale interpretazione dalla storiografia precedente
ma ad essa dette una formulazione più precisa e un più autorevole
avallo, tanto da influenzare non poca letteratura successiva.
Accanto a questi studi il C. portò
avanti, e in modo preminente, il suo lavoro di raccolta e di edizione di
fonti napoletane. Nel 1871, inserendosi nel dibattito erudito apertosi
sull'autenticità dei Diurnali di Matteo da Giovinazzo, ne sostenne
decisamente la falsità in una memoria apparsa negli Atti dell'Accademia
di archeologia, lettere e belle arti. Pochi anni dopo dava alle stampe
un'opera di notevole impegno, L'Historia diplomatica Regni Siciliae inde
ab anno 1250 usque ad annum 1266, ove venivano raccolte fonti fino ad
allora inedite accanto ad altre già note ma sottoposte a nuova lezione
critica. A questa seguì la sua più importante opera, Monurnenta ad
Neapolitani ducatus historiam pertinentia, editi in due volumi, il
secondo dei quali in due tomi, rispettivamente nel 1881, 2885 e 1895.
I Monumento raccolgono un
vastissimo numero di documenti, molti dei quali inediti: l'edizione di
questi e il regesto di quelli già noti è poi arricchita da dissertazioni
sugli aspetti della vita politica, spirituale, sociale ed economica del
ducato napoletano il cui significato e la cui validità sono tuttora
riconosciuti. Con (Historia dylomatica e i Momumenta il C. offre un
ulteriore saggio delle sue notevoli capacità di ricercatore di documenti
e nello stesso tempo mostra una più raffinata sensibilità nell'edizione
critica degli stessi. Gli insegnamenti della scuola filologica tedesca
della prima metà del secolo erano ormai stati recepiti in Italia: i
lavori del C. sono tra i migliori esempi del rinnovato indirizzo della
filologia italiana.
I contatti personali del C, con gli
studiosi germanici si erano fatti in questi anni più frequenti ed
avevano contribuito a diffondere la sua fama di studioso di problemi
napoletani in tutta Europa. Membro di varie accademie italiane e
straniere, nel 1885 fu nominato professore honoris causa dall'università
di Heidelberg.
L'approfondimento dell'insegnamento
filologico germanico non implicò mai, peraltro, quello dei nuovi
sviluppi che la scuola tedesca stava compiendo nella seconda metà del
secolo; né fu mai disgiunto nel C. dal legame con la tradizione erudita
napoletana. Nel 1885, per esempio, pubblicò il lavoro Gli Archivi e gli
studi paleografici e diplomatici nelle province napoletane, fino al
1885, nel quale esalta il valore degli studi eruditi napoletani della
seconda metà del '70o e difende la validità delle edizioni delle fonti
edite nel Regno in quel periodo. Nessun cenno fa ad una revisione
critica del metodo allora seguito alla luce di quelli più recenti. E
d'altra parte, non sempre il suo giudizio sulle fonti appare
filologicamente valido. Il caso dei Diurnali di Matteo da Giovinazzo
nella cui valutazione il C. appare mosso da una preconcetta volontà di
dichiararne la falsità (sulla questione tornò, sempre per sostenere la
falsità dell'opera, nel 1895 con un'altra memoria negli Atti dell'Accad.
di archeol., lettere e belle arti).
Nel 1876 il C. fu tra i fondatori,
insieme con V. De Blasiis, C. Miniere Riccio e S. Volpicella,
dell'Archivio storico per le provincie napoletane, organo della Società
napoletana di storia patria, che diventò per decenni il sicuro punto di
riferimento in Europa per ogni problema storiografico relativo al
Mezzogiorno. Il C., che fu prima vicepresidente della Società, poi dal
1883 fino alla morte, presidente, ispirò la tematica e la prospettiva
metodologica del periodico. Già nel primo numero egli pubblicò una
insuperata rassegna su Le Fonti della storia delle province napoletane
dal 568 al 1500 (I [I876], PP. 1-32, I8I-210, 379-393, 58I-6I8; II
[I877], PP. 3-48). All'Archivio riservò quasi tutte le sue predilette
ricerche di argomento archeologico e topografico volte a ricostruire la
storia della città di Napoli, delle sue vie, dei suoi monumenti. Molti
di questi lavori, quelli dedicati alla Napoli greca e romana, quelli sul
dialetto napoletano, sono oggi superati, perché sono mutate le tecniche
di indagine e le prospettive metodologiche. Ma quelli di argomento
medievale come la Pianta della certa di Napoli nel secolo XI (ibid., XVI
[1891], PP. 832-862; XVII [1892], PP. 422-4843 679-726 85I-88I; XVIII
[1893], PP. I04-I25, 316-363), rimangono fondamentali, perché basati
sulla sicura testimonianza dello spoglio di migliaia di documenti
d'archivio.
Fin dall'aprile 1872 si era interessato alla classificazione del
materiale conservato nell'Archivio municipale di Napoli (sezione antica,
dal 1387 al I806), e, un anno dopo, ebbe l'incarico di dirigere quel
lavoro: i risultati apparvero in un Catalogo ragionato (pubbl. 1876 e
1899). Il 13
luglio 1882 fu affidata al C. anche la sopraintendenza dell'Archivio di
Stato di Napoli. Il lavoro di catalogazione dell'immenso materiale
documentario soltanto dal 1874 aveva avuto inizio con metodo critico, a
opera del Miniere Riccio. Il C. si dedicò in un primo momento a
riordinare i documenti della cancelleria angioma, che erano stati
rilegati in registri con criterio non sempre esattamente cronologico e
corretto. L'opera di rettifica portò alla pubblicazione di un importante
Inventario cronologico-sistematico dei Registri Angiomi conservati
nell'Archivio di Stato di Napoli, Napoli 1894. Fu, inoltre, il C. a dare
l'avvio all'ordinamento dell'archivio farnesiano, che si trovava nel più
completo disordine, fin da quando era stato trasferito a Napoli, durante
i primi anni del regno di Carlo di Borbone. Ma il lavoro certamente più
ostico fu dare la collocazione del materiale recente, che il C. distinse
in una serie di archivi e di sezioni speciali. Una opera, in definitiva,
che determinò la fisionomia dell'Archivio, e che egli riassunse in una
Relazione al ministro dell'Interno, pubblicata a Napoli nel 1899.
Il C. morì a Napoli il 3 marzo
I900. Nel I905 fu pubblicata a Napoli, a cura della Società napoletana
di storia patria, la sua ultima opera, Napoli greco-romana esposta nella
topografia e nella vita.
Bibliografia:
le carte del C., conservate nella Bibl.
della Soc. napoletana di storia patria, andarono in parte distrutte nel
1943, quando la sede della Società fu bombardata; S. Di Giacomo, B. C.,
in Napoli nobilissima, IX (19oo), 3, PP. 33 s.; M. Schipa, 11 C. e la
storia medievale dell'Italia meridionale, ibid., PP. 34-38;
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