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Nella mattina del 29 novembre 1945, data nefasta nella storia della nostra città, un violentissimo incendio (doloso?!) riduceva in poche ore in un immenso desolante ammasso di marmi infranti, di residui di tele bruciate, di travi annerite, contorte, schiantate, di calcinacci informi il nostro maggiore e vetusto tempio parrocchiale, che, per la somma di splendide opere d'arte (1) che conteneva, era nostro orgoglio e vanto.
Mai, durante molti secoli e nemmeno durante gli orrendi, indiscriminati bombardamenti dell'ultima distruggitrice guerra, una così tremenda sventura si era abbattuta su Fratta.
Il lavoro paziente, tenace, amorevole di intere generazioni venne in brevissimo tempo irrimediabilmente distrutto.
Nulla o quasi nulla fu possibile salvare dalla rovina.
Non il grande luminoso quadro posto sull'altare maggiore e dovuto al pennello di Francesco De Mura, che lo eseguì nel 1759 e che rappresentava la Madonna degli Angeli.
Non i monumentali altari di marmo e cioè quello dell'altare maggiore costruito da Gian Battista Massotti nel 1748 e che costò a quell'epoca la non lieve somma di 976 ducati e 2 carlini; non gli altari del Rosario e del Crocifisso ricchi di agate, di lapislazzuli e di altre pietre preziose con i plastici, vigorosi bassorilievi dovuti allo scalpello di Giacomo Massotti, erede di Gian Battista e che li eseguì nel 1767.
Distrutti ugualmente: l'altro quadro di Francesco De Mura, rappresentante la SS. Trinità, posto nella volta dell'abside nel 1762; la tavola in legno di Andrea Sabatino da Salerno raffigurante S. Nicola e S. Giuliana (compatroni di Frattamaggiore); la tela di Gian Bernardo Lama (1506) rappresentante la Vergine del Rosario e l'altra firmata Francesco Celebrano con la rappresentazione di S. Giovanni Battista, che battezzava Gesù Cristo.
Ed ancora: distrutto il possente gruppo del Calvario con il maestoso, ieratico Crocifisso di legno, dovuto ad ignoto del '600 ed affiancato da due statue : quella della Vergine Addolorata dagli occhi lacrimosi e desolati e l'altra di S. Giovanni apostolo dal viso trepido di ansia e di angoscia, sculture in legno di Giacomo Colombo.
Ma ci stringe il cuore, in modo particolare, se ripensiamo alla distruzione dell'aereo, inimitabile soffitto settecentesco della chiesa costituito da uno spartito preciso, armonioso di cassettoni di legno dorato, su cui splendevano dalle loro cornici nobili ed intarsiate parecchi quadri fra i quali sovraneggiava quello della decapitazione di S. Sosio e compagni.
Distrutto il magnifico organo plurifonico.
Le uniche cose che si salvarono sono: il portale (2) (in parte) di travertino, il fonte battesimale ed il Cappellone di S. Sosio.
Però tanta rovina rimise in luce l'antico nucleo murario della primitiva Chiesa di stile romanico.
Difatti la parrocchia di S. Sosio martire è la più antica (3) e per molti secoli è stata l'unica parrocchia della nostra Città. Essa era ed è ancora oggi, specialmente dal punto di vista architettonico, la più bella chiesa di Frattamaggiore.
La sua costruzione risale al X secolo.
Attualmente è possibile ammirare, specie da parte degli intenditori, la sua ossatura in piperno, la quale per i suoi caratteri stilistici rappresenta uno dei pochi esempi di un tipo di architettura di antichissimo interesse, qual è quello del nostro gotico napoletano. La chiesa consta di tre navate, di cui le laterali sono coperte da volte, che si impostano su peducci di caratteristica forma triangolare, mentre la centrale è fornita di capriate ed è ricoperta da tetto.
I pilastri, che sostengono gli archi a tutto sesto, risultano composti da un nucleo di forma rettangolare, affiancato da mezze colonne, i cui capitelli (4) furono purtroppo barbaramente scalpellati nelle varie trasformazioni, che subì la chiesa, specie nel '700, allorchè, imperando lo stile barocco, gli archi vennero coperti da una spessa coltre di intonaco, per cui la chiesa perdette il suo magnifico stile originario, che venne sostituito da una fastosa decorazione.
Tutte le arcate ed il grande arco terminale, che si innalza svelto ed agile nel cielo come un inno di preghiera, costituiscono uno degli elementi più significativi e pregevoli del monumento.
I muri perimetrali presentavano dei lunghi finestrini, dei quali si osserva ancora una porzione, essendo stati amputati e poi occlusi per la successiva costruzione delle capelle laterali.
Questi finestrini sono diretti da sopra in sotto e da dentro in fuori allo scopo di ricevere quanta più luce era possibile dalle vie laterali e conferire così al tempio un maggiore raccoglimento e misticismo.
La chiesa di S. Sosio è documento vivo ed eloquente del grado di perfezione raggiunto dai nostri avi in quella lontana epoca, civiltà e perfezione, che potevano essere patrimonio solamente di un popolo discendente dall'antica, forte e prospera Miseno.
Il tempio primitivo doveva terminare con tre absidi al l'estremità delle tre navate, forse con arricchimento di musaici e di pitture come era costume del tempo.
Nel corso dei secoli la chiesa subì varie modifiche, aggiunte e trasformazioni. Nel 1522 alla primitiva chiesa vennero aggiunte (5) la navata trasversale e le cappelle laterali....

ABBAZIA O RETTORIA DI S. SOSIO.......
A quest'epoca abbiamo le prime notizie certe dell'Abbazia o Rettoria, ma l'origine di questa istituzione è molto antica, forse essa risale al primo sorgere della nostra chiesa.
E' dal 1522, epoca dell'ampliamento con la costruzione della crociera, che troviamo l'abate ed il parroco di S. Sosio insieme nella stessa chiesa.
Il rettore od abate aveva beni propri, distinti da quelli del parroco, consistenti in 26 moggia di terreni, tutti di prima classe e posti in tenimento di Frattamaggiore, oltre diversi censi, corresponsioni di orzo e denaro. Ed ugualmente al parroco così al rettore spettava l'jus mortorii, in forza del quale per ognuno che moriva in detto « casale » spettavano ad esso grana otto ed altrettante candele. Anzi l'Abate riscuoteva anche grana quindici per diritto di campana per ciascun morto.
Gli spettavano altresì le competenze « di regagli di sposalitii » e le « ragioni dei laudemi » (6).
Però a carico dell'Abate vi era la spesa delle funi, nonchè quella delle corregge delle campane e la contribuzione della quarta parte di quanto si spendeva per le riparazioni della chiesa, del campanile e delle campane.
Tanto si rileva dalla denuncia dei beni della Rettoria di S. Sosio dell'anno 1609.
Fra gli ultimi Abati di S. Sosio, dei quali abbiamo cognizione sulla scorta della Santa visita di Mons. Balduino de Balduinis (1560) e dagli atti relativi esistenti nell'Archivio vescovile dì Aversa, troviamo il reverendo clerico napoletano don Gianbattista Piscicelli, che, al tempo del parroco don Fabiano Capasso, non comparve.
Successivamente troviamo Abati: don Michele Perruccio e don Gio. Andrea Coffi e con essi si chiude la serie degli Abati, la quale non va oltre il 1559.
Dopo la morte del parroco dell'Annunziata scoppiarono gravi questioni nel clero frattese, per cui il vescovo diocesano mandò nel 1602 a reggere la parrocchia di S. Sosio don Cesare Cesaro, uomo di età un poco avanzata ma pieno di sapere, senno e prudenza.
Intanto durante il periodo in cui l'Abbazia restò vacante, i beni della stessa furono usurpati, per la qual cosa il vescovo, ad istanza del parroco Cesaro, nominò rettore della parrocchia di S. Sosio il capo del Rev.do Seminario dei chierici di Aversa.
Per il disordine che regnava nella chiesa parrocchiale accadde che alcuni estranei si appropriarono della maggior parte dei beni sia della Rettoria di S. Sosio che degli altri luoghi pii.
I deputati ed amministratori del Rev.do Seminario: don Onofrio Dragonetti, decano, e don Girolamo De Fulgure, cantore della cattedrale di Aversa, chiesero ed ottennero « Monitorio di scomunica » contro tutte quelle persone di qualsiasi grado e condizione, le quali detenevano od avevano occupato proprietà dell'Abbazia.
Poco tempo dopo il 1609 il Seminario di Aversa cominciò a fittare direttamente i terreni della Rettoria di S. Sosio ed a percepirne le rendite.
Ma i parroci di S. Sosio, i quali erano gravati delle spese per i restauri e la manutenzione della chiesa e del campanile nonchè della riparazione delle campane, presentarono ricorso chiedendo una contribuzione, che riuscirono ad ottenere nella misura di 40 ducati annui.
I superstiti beni della Rettoria di S. Sosio furono amministrati fino all'anno 1798, anno in cui per i bisogni della Corona (7), seguirono la sorte dei beni di tutti gli altri luoghi pii, per cui furono venduti od alienati; quelli di S. Sosio furono acquistati da tal Rocco Egizeneta da Palermo.
Attualmente dopo l'immane distruzione causata dall'incendio del 1945 la chiesa di S. Sosio si presenta per la parte muraria nel severo stile originario, mentre nell'abside al posto del mirabile dipinto di Francesco De Mura, che rappresentava la Madonna degli angeli con l'incoronazione di S. Sosio in premio del suo martirio, si osserva un musaico che ripete lo stesso episodio (8).
Dalla rovina si salvarono solamente il battistero ed il Cappellone di S.Sosio..

I corpi molto attesi dei SS. Sosio Martire e Severino, apostolo del Norico, portati a Frattamaggiore dalla chiesa ad essi dedicata in Napoli il 31 Maggio 1807 furono a spese pubbliche riposti sotto l'altare di questo tempietto. Se ne rese promotore Giuseppe Biancardi dopo averne ottenuta facoltà dal Re.


Giuseppe Biancardi, che fu il primo sindaco (14) di Frattamaggiore, si era adoperato, sopratutto a causa di questa sua carica, assieme ai Lupoli per il trasferimento delle ossa dei SS. Sosio e Severino, ma in seguito, forse per megalomania, cercò di assumersi l'intero merito di sì fausto avvenimento, per cui grande fu la meraviglia di tutti quando comparve murata sul frontespizio della cappella l'ambigua dizione:
« aere publico », con la quale Biancardi tentava di mettere completamente da parte l'opera dei Lupoli, specie dell'arcivescovo, il quale aveva speso financo « de proprio » e non si era risparmiato sino al felice compimento dell'opera.
Quest'ingiusto, arbitrario atteggiamento del Sindaco provocò un forte, legittimo risentimento da parte dei Lupoli.
A questo punto per l'esattezza storica occorre precisare che per il pagamento della somma di 195 ducati, tanti ne erano stati pattuiti per i lavori della nuova cappella ordinati dal parroco D. Gennaro Biancardi, avvennero degli inconvenienti. Il parroco nonostante tutta la sua buona volontà, non riuscì, sino alla morte (a. 1808), a corrispondere ai costruttori edili: Carmine e Gennaro Grimaldi, padre e figlio, che solamente ducati 72,80, come da ricevo.
Deceduto il Biancardi venne eletto parroco D. Sosio Lupoli.
Allora si inasprirono i rapporti, già tesi, specialmente quando il Sindaco: « si arrogò con iscandolo di tutta la popolazione estrarre dalla Parrocchia e menare in casa propria le oblazioni e di cera, e di alcune tovaglie di altare, e di un piviale rosso, e sino poi di alcuni putti di cera, soliti a sospendersi all'altare del Santo. Una lava (? = una grande moltitudine) di popolo nel vedere strappati i voti e le oblazioni fecero del rumore » ed in seguito: « avrebbe potuto turbarsi il buon ordine e la tranquillità » (15).
IIl 18 ottobre 1807 con l'intervento del Vicario generale del vescovo di Aversa veniva fatta la ricognizione delle reliquie, le quali furono poi riposte canonicamente sotto l'altare e proprio nella confessione di esso per mano di Mons. Michele Arcangelo Lupoli e lo stesso altare venne consacrato e privilegiato in perpetuo.

 IL CAPPELLONE DI S. SOSIO
Però in prosieguo di tempo, sembrando anche questo secondo sacello una cosa modesta, si stabilì di costruire appositamente un Cappellone, nel quale le sante reliquie avessero avuta solenne e definitiva dimora.
Ma per erigerlo si dovettero intavolare lunghe trattative, perchè fu necessario occupare un piccolo basso con una stanza soprastante ove si riuniva la Congrega del Rosario, ed una parte della sagrestia della chiesa della Madonna delle Grazie, per cui gli amministratori di S. Sosio cedettero la sede della loro Congrega a quella del Rosario ed un basso di loro proprietà posto al di sotto della Congrega della Madonna delle Grazie, per adibirlo a sacrestia.
Appianati così i non pochi contrasti si potette finalmente decidere, il 23 febbraio 1892, la costruzione del nuovo Cappellone, cui fu posto mano il 9 Luglio dello stesso anno. Il Cappellone di forma ottagonale è decorato di un altare bellissimo di stile bizantino, ornato di pietre preziose (agate, onici, lapislazzulì ecc.) e al di sotto dell'altare c'è una grossa nicchia, nella quale in due casse di legno rivestite di velluto rosso stanno le reliquie dei SS. Sosio e Severino.
Le pareti di questo Cappellone sono ricoperte di marmi pregiati ed al centro di essi si slancia in alto una cupola svelta e leggiadra, fornita di un lanternino di grande grazia ed eleganza nel cui fondo si vede l'immagine dello Spirito Santo con festoni dorati ai lati.
All'ingresso di esso si vedono sospese diverse lampade votive di argento, fra le quali bisogna menzionare quella particolarmente bella ed artistica offerta dal Sindaco della nostra città in occasione dell'epidemia di colera del 1884, che fece molte vittime in Napoli e nei Comuni limitrofi mentre Frattamaggiore ne restò quasi immune.
Il Cappellone fu progettato dall'Ing.re Vincenzo Russo di Caivano e venne riveduto dall'architetto Travaglini e da Mons. Gennaro Aspreno Galante (19). Vi lavorarono per le opere in muratura i fratelli Decio e Nicola Ferro; per gli stucchi Stefano Bocchetti da Miano; per i marmi la ditta Zampini e Nasti di Napoli; per le dorature Accurso ed infine il Prof. Gaetano d'Agostino per gli ornati e le pitture a fresco, queste ultime in verità poco riuscite e piuttosto brutte artisticamente.
Già in precedenza il celebre pittore Federico Maldarelli, molto amico del Sindaco di Frattamaggiore Antonio Iadicicco, era stato officiato affinchè avesse eseguito un quadro con i due santi.
I frattesi desideravano che il Maldarelli avesse dipinto una tela, nella quale i santi Sosio e Severino fossero stati ritratti insieme, ma il Maldarelli rifiutò ed ispirandosi agli usi e costumi dei primi tempi della comunità cristiana, quando essa viveva nelle catacombe, pensò di raffigurare il santo martire rivestito dei suoi paramenti di diacono ed adagiato in un'arca con un filo rosso intorno al collo, prova dell'avvenuto martirio con il distacco della testa dal tronco, scalzo, con una fiamma sul capo.
La scena è completata da un sacerdote dalla lunga barba nera, il quale, circondato da un gruppo di fedeli in varii atteggiamenti, impartisce alla salma l'ultima benedizione, prima che un fossore con una lastra di marmo sulle braccia si appresti a chiudere la tomba.
Il quadro, un vero capolavoro, fu ampiamente lodato da tutta la stampa (20) e da tutti gli intenditori.
Nel Cappellone oltre allo stupendo quadro del Maldarelli se ne trovano altri due sulle pareti laterali ugualmente belli e dovuti al pennello di Saverio Altamura.
Quello situato a destra di chi entra riproduce la figura dell'abate Severino, il quale viveva in un'Abbazia posta sopra una piccola collina sulle rive del Danubio. Un giorno un frate si recò da lui e gli riferì che un pellegrino lo attendeva sull'altra sponda del fiume e voleva consegnargli una cassetta. Severino traversò il fiume in barca e visto il messo gli si inginocchiò davanti e ricevette un cofanetto, contenente le reliquie di S. Giovanni Battista, precursore di Cristo. Il quadro ritrae appunto questo episodio in un paesaggio grigio, nordico con una barca, che si dondola sulle acque e da tutto l'insieme spira un grande misticismo.
L'altro quadro, quello a sinistra, rappresenta S. Sosio, che mentre S. Gennaro legge il Vangelo e S. Sosio regge il messale, un raggio di luce investe il diacono, sul cui capo si accende una fiamma. A tale vista S. Gennaro, già vescovo, abbraccia S. Sosio predicendogli prossime la palma e la corona del martirio.
Difatti non molto tempo dopo furono entrambi decapitati per la professione della loro fede in Cristo.
In questo Cappellone si osservano anche due statue, a mezzo busto, di rame dorato con testa e mani d'argento: S. Sosio e S. Giuliana.
Sotto la statua di S. Sosio si legge:

 

Bibliografia: FRATTAMAGGIORE SACRA libro di Pasquale Ferro pubblicato nel 1974

 

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